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Succedono cose strane: le chiamano spie e invece sono guardoni. (Enrico Fagnano)


Ciccio Visconte a Varcaturo   PDF  Stampa  Posta elettronica 
Scritto da Francesco Di Domenico   Valutazione utente:starstarstarstarstar / 1
Peggiore Migliore

Era un’estate buia e tempestosa. La spiaggia di Virginia Beach era battuta da onde alte quattro metri. Il ragazzo “lifeguard”, seduto sul trespolo a controllare l’arenile, telefonò all’emittente radiofonica precisando: «Avevo detto tredici piedi, non me ne intendo di questi fottuti metri!». Era studente di matematica alla Stanford University e arrotondava come bagnino, e nessuno poteva correggere un allievo del corso di matematica della Stanford.

Aveva controllato l’altezza dei rigurgiti marini col suo misuratore laser sperimentale: una macchinetta che se approvata dal Consiglio delle Ricerche del Governo Federale gli avrebbe procurato soldi e successo. Non poteva immaginare che a Washington qualcuno in quel momento, lanciando lo strumento dal 38° piano del Techno Research Building direttamente nel glorioso fiume Potomac, stava gridando: «Il prossimo imbecille che mette delle cazzate sulla mia scrivania lo faccio rinchiudere a Guantanamo, insieme con l’inventore. Misurare le onde sulla spiaggia: che fesseria...».

 

«Ma vafanculo!», sospirò Ciccio Visconte mentre lanciava l’ultimo bestseller di Vera Miniotta, popolare scrittrice italoamericana, tra i flutti dorati del mare di Varcaturo. Il libro glielo aveva donato la sua amica piemontese Dora Baltea per ringraziarlo della notte trascorsa ad apprezzare la sua lectio magistralis teorica e pratica sul Kamasutra e le relative varianti partenopee (tra cui il famoso “salto dall’armadio”, praticato per lo più nell’area Montecalvario-Pignasecca per via degli spazi ristretti).

Il libro gli ritornò, pesantemente bagnato, sulla regione ossea occipitale. Ciccio posò l’occhio sul sedere della moglie del signore proprietario del braccio del “rilancio”.

«Ué, zuzzuso!». Il grido, senza perifrasi, dell’animale che emergeva dai flutti dorati, apparteneva a Candido Eduardo di San Clemente, detto “Tonino ‘o Sparacane”, uno dei cento latitanti più pericolosi della Tammorra, componente minoritaria della piccola criminalità così denominata perché nella notte della Taranta aveva ucciso a colpi di tammorra (sul cranio) per errore, credendolo un concorrente, il capobanda dell’Orchestra Strozzapreti di Barletta.

Riemergendo dai flutti il Tony, con l’acqua di colore biondo-urina che gli sbrodava sulla peluria del petto, simile al pelo del bue muschiato, disse: «Vieni a ccà!».

Ciccio cercò d’interpretare i tatuaggi sul resto del corpo. La molla che lo convinse ad eguagliare il record di Mennea a Città del Messico fu la lettura attenta del braccio destro dell’energumeno, dove a caratteri gotici c’erano i nomi, accompagnati da una crocetta, di tutti quelli che avevano guardato per l’ultima volta “Teresa core ‘e Sparacane”.

Ciccio lasciò sulla sabbia tutti i suoi averi: l’asciugamani double face “Maradona/El Che”, il cellulare microtac “solare” (quando lo lasciava al sole riusciva a parlare trenta secondi in più) e la tessera Unico Campania. Prese un bus al volo. Il record di 19’72’’ fu omologato dai controllori dell’M1 che, rivestitolo con un sari africano di un viaggiatore defunto nella traversata Mondragone-Napoli, avviarono le pratiche di respingimento.

Tonino ‘o Sparacane, arrestato dai vigili di Castelvolturno in un conflitto non a fuoco – aveva tentato di colpirli con mezzo cocomero e loro con le palette d’ordinanza –, si pentì facendosi fotocopiare il braccio come prova.

Ciccio Visconte ora vaga nel deserto libico gridando «Allah uh akbar» a dei beduini che lo rincorrono. Nudi.

 


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