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Adesso che stiamo finalmente insieme e non ci separano più tutti quei chilometri posso pronunciare il suo nome senza provare una fitta di dolore e di nostalgia.
Sul bordo di questa piscina, in Croazia, racconto a tutti quelli che me lo chiedono come ci siamo conosciuti. È successo la scorsa estate. No, non lo faccio per uno sciocco vanto femminile. Lo considero un dovere. Un atto di riconoscenza verso il cielo che ci ha fatto incontrare. Ero a Rimini, in vacanza; una giovane straniera in mezzo ad un brulicare di corpi abbronzati e di rumori sincopati. Vedevo le altre ragazze del mio gruppo giocare a scambiarsi gli sguardi coi passanti. Quegli sguardi curiosi erano puntati prima sul loro seno, per poi scendere golosi sul loro sedere. Solo dopo arrivavano agli occhi, per scorgervi l’estro. Mi chiedevo perché a me quegli sguardi incutessero solo un certo imbarazzo, se non addirittura fastidio.
Guidata da gambe nervose entrai in quell’enorme piscina la cui insegna era un programma di divertimento come un altro. Fu lì che lo vidi per la prima volta. Non so se fu un richiamo segreto ad attirarmi vicino alla sua vasca o se il percorso obbligato dei pedoni abbia favorito l’incontro. So solo che, improvvisamente, le mie orecchie furono sorde ai rumori dell’estate e alle voci dei bambini sciolti come gelati al sole. Ascoltavo il suo richiamo e i miei occhi non vedevano altro che lui.
Quella volta lui si preparava ad un tuffo. Più che tuffi erano danze acquatiche. Il suo corpo sinuoso e liscio si muoveva nell’acqua senza sforzi evidenti e col ritmo di un gioco affinato dal piacere e dall’abitudine. Notai, nell’avvicinarmi, che anche lui era distratto da qualcosa. A tratti la sua concentrazione calava e faceva fatica a tornare sui suoi volteggi, fino a quando non mi vide. O meglio, penso che avesse semplicemente avvertito la mia presenza, visto che non metteva quasi mai la testa fuori dall’acqua.
Ritornai in quel posto tutti i giorni. Lo trovavo sempre lì ad aspettarmi. Lui mi riconosceva tra la folla e dedicava a me tutti i suoi tuffi. Lo capivo dal fatto che nuotava sempre verso di me. Io mi sporgevo sul bordo della piscina e lui veniva a sfregarsi con furtiva delicatezza contro la mia mano adagiata per caso nell’acqua.
Poi partii. Il mio saluto fu una carezza fatta alla forma del suo corpo sotto il pelo dell’acqua. Lui, invece, impegnò la sua forza in un tuffo di nervosa pericolosità e d’irripetibile bellezza.
Dicono che l’amore non abbia confini, che riesca a superare tutte le barriere. Dell’amore avevo conosciuto solo quello obbligato dalle parentele strette e quello di evasione per i libri di sogni ed avventure. Da quel giorno, e fino al momento del nostro definitivo ricongiungimento, ho conosciuto un amore totale, che ha occupato la mia mente col pensiero costante del ritorno.
Non ho dovuto attendere molto il tuo arrivo. Hai attraversato confini e superato tempeste. Hai fatto un viaggio che ti ha privato della tua comoda vita da fenomeno in vetrina per turisti curiosi e danarosi. Hai seguito le tracce del mio amore fino alla spiaggia rocciosa della mia nazione. Lì non è stato difficile incontrarsi. Tutti i telegiornali hanno parlato di te. Del viaggio che hai affrontato. Dei rischi che hai corso.
Io mi sono precipitata sulla spiaggia. Ero sicura che fossi tu. Ti ho visto e, finalmente, ho toccato di nuovo il tuo corpo. Ho sentito il tuo respiro sotto le mie dita. I tuoi spruzzi d’acqua mi hanno baciata. Ritornavo a vivere del tuo amore e per il tuo amore. Whisper. Sospiro. Il mio adorato delfino italiano. |