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In aereo non si fanno i conti senza l’hostess. (Pino Imperatore)


Colpita al cuore   PDF  Stampa  Posta elettronica 
Scritto da Anna Trieste   Valutazione utente:starstarstarstarstar / 4
Peggiore Migliore

Allora, cominciamo col dire che Maria non era mai stata tanto brava a disegnare e a dipingere. Non nel senso che non sapesse usare bene i pennelli e tutti gli altri utensili del mestiere, ma proprio nel senso che non aveva l’esatta concezione delle proporzioni anatomiche degli esseri umani, degli oggetti e degli animali. Spesso si ritrovava a realizzare ritratti improbabili dei suoi amici e conoscenti ottenendo come risultato dei cefalopodi con una capa tanta, i piedi minuscoli e le gambe a mazzarella. Dopo, con una certa nonchalance, li definiva “figure stilizzate en plein air”. E siccome in giro sentiva ogni giorno una considerevole quantità di stronzate, non vedeva perché non potesse farlo pure lei.

Un’estate si fidanzò con un buzzurro aduso alla cornificazione. Ahilei, se ne innamorò e decise che era giunto il momento di dare compiutezza alla sua vena artistica, senza riflettere sul fatto che in tal modo avrebbe potuto istigare qualcuno – chessò, un vero artista, tanto per fare un esempio – a tagliarsi le arterie per la disperazione. Ebbene, pensò di confezionare per il suo primitivo partner un cuore di cartapesta. Sì, perché all’epoca, oltre a nutrire una cieca fiducia nella maglia della salute, Maria era ancora una fanciulla ingenua, incantata dalla vita e devota alla causa dell’amore. Pensò che un cuore fatto con le sue manine, con una produzione squisitamente artigianale, fosse il modo migliore in assoluto per cominciare una vera carriera artistica e manifestare i suoi sentimenti.

Procuratosi tutto il necessario, dopo aver visto e rivisto varie puntate di “Art Attack” e pure quelle della “Prova del Cuoco” che non si poteva mai sapere, si dedicò con commovente zelo alla realizzazione della scultura cardiaca. Trascorse un’intera settimana di agosto fuori al suo terrazzo, intenta a plasmare lo scottex e la carta igienica assieme ai giornali e a qualsiasi altra cosa si prestasse allo scopo, ivi compresi il vinavil, le gomme da masticare e pure quelle già masticate, per dare un senso di vissuto alla sua opera, con la saliva che le colava dalla bocca perché saltava finanche i pasti. Dopo un lavoro matto e disperato, completò il capolavoro: un bellissimo cuore grande quanto un cocomero.

Venne il momento di consegnare il dono all’Homo Cornifer. Maria tolse il manufatto dal supporto su cui lo aveva messo ad asciugare, ossia lo stenditoio di sua madre, si assicurò che non vi si fossero attaccate nel frattempo le mutande di suo padre e poi, in modo fulmineo per non assistere alle invettive di sua nonna per via della mutazione cromatica subita delle di lei mutande, scappò via per recarsi a casa dell’amato.

Trepidante, avvinghiata al cuore di cartone, come un’emigrante, una novella commessa viaggiatrice dell’amore, bussò alla sua porta. Lui aprì. Lei lo guardò, gli si avvicinò, e senza dire nulla gli porse il dono.

«Uh, un culo!», esclamò lui tutto contento.

Ecco, fu allora, fu in quel preciso istante che Maria capì che forse forse il suo problema principale, dal punto di vista artistico, consisteva nel non riuscire tanto bene a tradurre in pratica quello che teneva in testa.

Ciò nonostante, lo abboffò di mazzate e lo lasciò.


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